No al mantenimento del figlio adulto e fannullone

Studio Legale Planelli > Blog > Diritto di Famiglia > No al mantenimento del figlio adulto e fannullone

Con ordinanza del 16 luglio 2020 la Cassazione si è espressa nuovamente in tema di diritto/dovere al mantenimento dei figli maggiorenni.

Il caso sottoposto alla corte di nomofilachia era stato presentato dalla ricorrente che si era vista revocare il provvedimento che prevedeva l’assegnazione del mantenimento del figlio – insegnante precario – nonché l’assegnazione della casa familiare.

La Corte d’Appello di Firenze, con decreto del 29/03/2018 aveva ritenuto che fossero venuti a mancare i presupposti tanto dell’assegno di mantenimento del figlio quanto quello dell’assegnazione della casa familiare alla ricorrente; infatti il figlio della donna, ultratrentenne, risultava percepire un reddito tale da potersi considerare economicamente autosufficiente e si era trasferito in altra provincia proprio a motivo del lavoro interrompendo l’abituale convivenza con la ricorrente.

Dopo aver ripercorso l’evoluzione normativa della materia e la ratio socio-economica alla base della stessa, la Corte chiarisce che il diritto al mantenimento non ha fondamento sulla capacità reddituale del genitore (ragionamento già sviluppato dalla Cassazione in materia di mantenimento del coniuge) ma sull’effettiva e giustificata incapacità del figlio di essere economicamente autosufficiente.

La Corte ritiene, altresì, che siano comportamenti incompatibili con il diritto al mantenimento da parte dei genitori quelli che fanno presupporre una capacità economica tale da sopperire alle normali esigenze di vita (avviamento ad un’attività lavorativa), quelli che denotano un disinteresse o poca concretezza nel raggiungimento dell’indipendenza (inerzia del figlio o ambizioni superiori alle reali capacità del soggetto o incompatibili con il tessuto socio-economico) e quelli che fanno venir meno il legame di dipendenza morale e materiale con la famiglia di origine (contrarre matrimonio o entrare a far parte di un diverso nucleo familiare).

Secondo il principio della autoresponsabilità dei soggetti, non è necessaria una prescrizione legislativa che fissi in modo specifico l’età in cui l’obbligo di mantenimento del figlio viene meno in quanto, sulla base del sistema positivo, tale limite è già rinvenibile e risiede nel raggiungimento della maggiore età, salva la prova (sovente raggiunta agevolmente ed in via indiziaria) che il diritto permanga per l’esistenza di un percorso di studi o, più in generale, formativo in fieri, in costanza di un tempo ancora necessario per la ricerca comunque di un lavoro o sistemazione che assicuri l’indipendenza economica.

Il concetto è quello della cd. capacità lavorativa, intesa come adeguatezza a svolgere un lavoro, in particolare un lavoro remunerato; essa si acquista con la maggiore età, quando la legge presuppone raggiunta l’autonomia ed attribuisce piena capacità lavorativa da spendere sul mercato del lavoro, tanto che si gode della capacità di agire (e di voto), salva la prova di circostanze che giustificano, al contrario, il permanere di un obbligo di mantenimento.

In mancanza, il figlio maggiorenne non ne ha diritto; ed, anzi, può essere ritenuto egli tesso inadempiente all’obbligo, posto a suo carico dall’art. 315-bis, comma 4, c.c., di «contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa».

Riassuntivamente, tra le evenienze che comportano il sorgere del diritto al mantenimento in capo al figlio maggiorenne non autosufficiente, si pongono, fra le altre:
a) la condizione di una peculiare minorazione o debolezza delle capacità personali, pur non sfociate nei presupposti di una misura tipica di protezione degli incapaci;
b) la prosecuzione di studi ultraliceali con diligenza, da cui si desuma l’esistenza di un iter volto alla realizzazione delle proprie aspirazioni ed attitudini, che sia ancora legittimamente in corso di svolgimento, in quanto vi si dimostrino effettivo impegno ed adeguati risultati, mediante la tempestività e l’adeguatezza dei voti conseguiti negli esami del corso intrapreso;
c) l’essere trascorso un lasso di tempo ragionevolmente breve dalla conclusione degli studi, svolti dal figlio nell’ambito del ciclo di studi che il soggetto abbia reputato a sé idoneo, lasso in cui questi si sia razionalmente ed attivamente adoperato nella ricerca di un lavoro;
d) la mancanza di un qualsiasi lavoro, pur dopo l’effettuazione di tutti i possibili tentativi di ricerca dello stesso, sia o no confacente alla propria specifica preparazione professionale.

Nella concreta valutazione di tali elementi, può essere ragionevolmente operato dal giudice proficuo riferimento ai dati statistici, da cui risulti il tempo medio, in un dato momento storico, al reperimento di una occupazione, a seconda del grado di preparazione conseguito.

L’onere della prova delle condizioni a fondamento del diritto al mantenimento è a carico del richiedente che dovrà dimostrare non solo la mancanza di indipendenza economica – che è la precondizione del diritto preteso – ma anche di avere curato, con ogni possibile, impegno, la propria preparazione professionale o tecnica e di avere, con pari impegno, operato nella ricerca di un lavoro.

Non è dunque il convenuto – soggetto passivo del rapporto – onerato della prova della raggiunta effettiva e stabile indipendenza economica del figlio, o della circostanza che questi abbia conseguito un lavoro adeguato alle aspirazioni soggettive.

Infatti, raggiunta la maggiore età, si presume l’idoneità al reddito, che, per essere vinta, necessita della prova delle fattispecie che integrano il diritto al mantenimento ulteriore; ciò è coerente con il consolidato principio generale di prossimità o vicinanza della prova, secondo cui la ripartizione dell’onere probatorio deve tenere conto, oltre che della partizione della fattispecie sostanziale tra fatti costitutivi e fatti estintivi od impeditivi del diritto, anche del principio – riconducibile all’art. 24 Cost. ed al divieto di interpretare la legge in modo da rendere impossibile o troppo difficile l’esercizio dell’azione in giudizio – della riferibilità o vicinanza o disponibilità dei mezzi di prova; conseguentemente, ove i fatti possano essere noti solo ad una delle parti, ad essa compete l’onere della prova, pur negativa (Cass. 25 luglio 2008, n. 20484; nonché ancora Cass. 16 agosto 2016, n. 17108; Cass. 14 gennaio   2016, n. 486; Cass. 17 aprile 2012, n. 6008; Cass., sez. un., 30 ottobre 2001, n. 13533; Cass. 25 luglio 2008, n. 20484; Cass. 1° luglio 2009, n. 15406).

A chiosa del ragionamento, la Suprema Corte specifica che le concrete situazioni di vita saranno sovente ragione d’integrazione della prova presuntiva circa l’esistenza del diritto al mantenimento, in quanto, ad esempio, incolpevole del tutto o inesigibile sia la conquista attuale di una posizione lavorativa, che renda il figlio maggiorenne economicamente autosufficiente.
Se, pertanto, sussista una condotta caratterizzata da intenzionalità (ad es. uno stile di vita volutamente inconcludente e sregolato) o da colpa (come l’inconcludente ricerca di un lavoro protratta all’infinito e senza presa di coscienza sulle proprie reali competenze), certamente il figlio non avrà dimostrato di avere diritto al mantenimento.
Ne deriva che, in generale, la prova sarà tanto più lieve per il figlio, quanto più prossima sia la sua età a quella di un recente maggiorenne; di converso, la prova del diritto all’assegno di mantenimento sarà più gravosa, man mano che l’età del figlio aumenti, sino a configurare il “figlio adulto”, in ragione del principio dell’autoresponsabilità, con riguardo alle scelte di vita fino a quel momento operate ed all’impegno profuso, nella ricerca, prima, di una sufficiente qualificazione professionale e, poi, di una collocazione lavorativa.
In particolare, tale onere della prova risulterà particolarmente lieve in prossimità della maggiore età, appena compiuta, ed anche per gli immediati anni a seguire, quando il soggetto abbia intrapreso, ad esempio, un serio e non pretestuoso studio universitario: già questo integrando la prova presuntiva del compimento del giusto sforzo per meglio avanzare verso l’ingresso nel mondo del lavoro (e non solo).

Leggi il testo integrale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *